Quando due cervelli si incontrano: transfert e neuroscienze in psicoterapia

terapeuta e paziente in seduta — sincronizzazione neurale e transfert

Ci sono momenti nel corso delle sedute in cui terapeuta e paziente avvertono che qualcosa, nella qualità dell’esperienza, sta cambiando. Di rado si riesce a definire esattamente cosa — forse il silenzio sembra diverso, affiora una sensazione nel corpo, un’immagine che si compone nella mente dell’analista senza una ragione apparente. La psicologia dinamica ha concettualizzato questi fenomeni come transfert, controtransfert e rêverie. Le neuroscienze contemporanee oggi li analizzano mediante elettrodi e sensori, parlando di sincronizzazione neurale e regolazione diadica. Sono linguaggi diversi per descrivere, forse, la stessa cosa. È da questo confine — tra esperienza clinica e ricerca empirica, tra psicologia dinamica e neuroscienze affettive — che questo articolo prova a muoversi.

La relazione terapeutica come campo condiviso

La psicoterapia non è mai stata qualcosa che il terapeuta “fa” sul paziente. Jung lo aveva intuito molto prima che la ricerca empirica lo confermasse, quando due persone si incontrano in profondità, entrambe vengono trasformate dall’incontro. Il cambiamento non avviene dentro al paziente da solo, ma nello spazio che si crea tra paziente e terapeuta — quello che oggi chiamiamo campo analitico, o terzo analitico intersoggettivo.

In questo campo circolano affetti, immagini, stati corporei. Il terapeuta non è uno schermo neutro, è un sistema nervoso in relazione con un altro sistema nervoso. Può sentire sopraggiungere nel proprio corpo stanchezza improvvisa, oppressione al petto, un’immagine inaspettata — e questi vissuti, se accolti invece di essere scartati, diventano informazioni preziose su ciò che il paziente non riesce ancora a mettere in parole.

Il corpo dell’analista come strumento clinico

Martini (2017) ha descritto con grande precisione questo fenomeno, chiamandolo controtransfert somatico: il terapeuta può sperimentare nausea, sonnolenza, tensioni viscerali che non appartengono alla propria storia immediata, ma emergono solo alla presenza di un certo paziente. Sono segnali del campo da accogliere e tenere a mente, non disturbi da eliminare.

È qualcosa che si impara lentamente, e che nessun manuale insegna davvero: riconoscere la differenza tra ciò che appartiene a te e ciò che si produce nel campo. È un’educazione sottile, che passa attraverso la propria analisi personale prima ancora che attraverso lo studio.

Accanto al concetto di controtransfert somatico c’è quello di rêverie, che Ogden mutua da Bion: immagini, fantasie, micro-sogni a occhi aperti che emergono spontaneamente nella mente dell’analista in risposta alla presenza psichica del paziente. Non sono distrazioni o divagazioni — sono il modo in cui l’inconscio del paziente prende forma nella mente dell’analista, prima ancora che il paziente stesso riesca ad avvicinarsi a quell’esperienza.

Martini estende questo concetto introducendo la rêverie incarnata: non solo immagini mentali, ma anche vissuti somatici improvvisi dell’analista — un restringimento al petto, un’ipotonia improvvisa, un senso di pesantezza — diventano materiale clinico. Il corpo dell’analista, non è quello sfondo neutro che a lungo si è creduto dovesse essere, bensì è un organo di conoscenza, capace di ricevere e contenere stati affettivi che il paziente non riesce ancora a simbolizzare, spesso perché sono stati costruiti prima del linguaggio, prima della parola.

Restare in questi stati senza espellerli — tollerarli, abitarli — è spesso il primo passo con cui gli affetti grezzi e preverbali del paziente possono cominciare a diventare pensabili. Prima vengono sentiti nel corpo dell’analista, poi diventano immagine, poi parola.

Cosa vediamo quando misuriamo due cervelli insieme

Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno sviluppato tecniche di hyperscanning — registrazione simultanea dell’attività cerebrale di due persone in interazione — che permettono di osservare cosa succede neurologicamente durante una seduta terapeutica.

I risultati sono sorprendenti nella loro coerenza: terapeuta e paziente tendono a sincronizzare la propria attività nelle regioni frontali e prefrontali — aree implicate nella regolazione delle emozioni, nell’attenzione condivisa e nella capacità di dare senso all’esperienza. Questa sincronizzazione non è statica: si intensifica nei momenti emotivamente più significativi della seduta, ed è associata a una maggiore solidità dell’alleanza terapeutica e a migliori esiti clinici.

Non solo i cervelli: si sincronizzano anche respiro, ritmo cardiaco, micromovimenti posturali e tono della voce. Il corpo, anche qui, partecipa.

La sandplay e il dialogo tra simbolo e neuroscienze

In campo junghiano, uno studio particolarmente affascinante (Akimoto et al., 2021) ha applicato l’hyperscanning alla sandplay, la tecnica junghiana in cui il paziente costruisce scene simboliche nella sabbia usando piccole miniature. I ricercatori hanno trovato che durante la fase non verbale — quando il paziente costruisce e il terapeuta osserva in silenzio — emerge una sincronizzazione complementare: quando l’attività aumenta in alcune aree del cervello del paziente, diminuisce in quelle del terapeuta, e viceversa. Come se uno dei due reggesse ciò che l’altro non può ancora contenere da solo.

Nella fase verbale successiva, quando paziente e terapeuta parlano insieme di ciò che è emerso, la sincronizzazione cambia natura: diventa parallela. I due cervelli vanno nella stessa direzione nello stesso momento. Non si stanno più solo regolando, stanno co-costruendo significato.

In alcune diadi, l’attività cerebrale di uno dei due anticipava quella dell’altro di circa uno o due secondi: una sequenza in cui uno esprime uno stato emotivo, l’altro lo assorbe e lo restituisce in forma più tollerabile.

Quello che questi dati mostrano, nel loro insieme, è qualcosa che chi lavora clinicamente conosce già dall’interno: nella stanza d’analisi accade qualcosa che non appartiene né solo al paziente né solo al terapeuta. Appartiene allo spazio tra loro.

Tre linguaggi, un solo processo

Ciò che il terapeuta sperimenta nella stanza d’analisi — un vissuto corporeo improvviso, un’immagine inattesa, una risonanza difficile da nominare — non è rumore di fondo da eliminare. È l’effetto di quanto emerge e si muove nel campo.

Jung lo chiamava corpo sottile: uno spazio intermedio tra psiche e corpo, tra terapeuta e paziente, in cui circolano affetti primitivi e immagini archetipiche. Martini (2017) lo ha riletto in chiave clinica contemporanea, mostrando come quei segnali somatici (nausea, sonnolenza, tensione viscerale) siano il modo in cui il corpo dell’analista riceve e contiene ciò che il paziente non riesce ancora a simbolizzare. La psicoanalisi relazionale lo ha concettualizzato come terzo analitico intersoggettivo. Le neuroscienze oggi lo osservano come sincronizzazione neurale e fisiologica tra due sistemi nervosi in relazione.

Non si tratta di ridurre l’esperienza clinica all’attività dei neuroni specchio e alla sincronizzazione di oscillazioni cerebrali — né di spiritualizzare ciò che ha anche una base incarnata e misurabile. Si tratta di riconoscere che psiche e corpo non sono separabili, e che la relazione terapeutica è, al tempo stesso, uno spazio simbolico e un incontro tra due corpi vivi.

La trasformazione avviene lì, in quello spazio condiviso.

Ho scelto la psicologia analitica anche per questo: perché, a partire dall’insegnamento di Jung, dà valore all’idea che il terapeuta non sia uno strumento neutro, ma una presenza viva, con un corpo, una personalità, una storia. E forse è proprio questo che rende la psicoterapia qualcosa di più vicino a un’arte che a una semplice tecnica.


Bibliografia

Adel, L., Moses, L., Irvine, E., Greenway, K. T., Dumas, G., & Lifshitz, M. (2025). A systematic review of hyperscanning in clinical encounters. Neuroscience and Biobehavioral Reviews, 176, 106248. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2025.106248

Akimoto, M., Tanaka, T., Ito, J., Kubota, Y., & Seiyama, A. (2021). Inter-brain synchronization during sandplay therapy: Individual analyses. Frontiers in Psychology, 12, 723211. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.723211

Jung, C.G. (1935). Che cos’è la psicoterapia? Bollati Boringhieri.

Jung, C.G. (1946). La psicologia della traslazione. In Opere Complete, Vol. 16. Bollati Boringhieri.

Lucherini Angeletti, L., Ventura, B., Galassi, F., Castellini, G., Ricca, V., Scalabrini, A., & Northoff, G. (2025). The self and its intersubjective synchrony in psychotherapy: A systematic review. Clinical Psychology & Psychotherapy, 32(4), e70110. https://doi.org/10.1002/cpp.70110

Martini, S. (2017). Quando l’analisi prende corpo. Il controtransfert somatico e il processo terapeutico. Richard e Piggle, 25(1), 31–47. https://doi.org/10.1711/2641.27138

Ogden, T.H. (1994). The analytic third: Working with intersubjective clinical facts. International Journal of Psychoanalysis, 75, 3–20.

Ogden, T.H. (1999). Reverie e interpretazione. Astrolabio.

Rabeyron, T. (2025). Le transfert entre neurosciences et psychanalyse. L’Évolution psychiatrique, 90, 207–218.

Schore, A.N. (2022). Right brain-to-right brain psychotherapy: Recent scientific and clinical advances. Annals of General Psychiatry, 21(1), 46. https://doi.org/10.1186/s12991-022-00420-3

Lascia un commento