Nel sapere comune capita spesso che l’idea di uno psicoterapeuta in analisi susciti sorpresa: la figura del terapeuta viene spontaneamente associata a chi “aiuta”, meno a chi si mette a sua volta in posizione di paziente.
Nella prospettiva junghiana, tuttavia, il lavoro personale del terapeuta su di sé non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale della sua formazione e della sua responsabilità etica. Lo strumento principale di cui dispone non è una tecnica, ma la propria persona: la sua storia, il suo rapporto con l’inconscio, la capacità di sostenere e trasformare ciò che la relazione terapeutica attiva dentro di lui.
1. La persona del terapeuta come strumento di cura
Per Jung, la psicoterapia non consiste soltanto nell’applicazione di un metodo, ma nell’incontro tra due soggettività. L’analista porta inevitabilmente nella stanza d’analisi la propria biografia affettiva, le proprie fragilità, i propri punti ciechi, insieme alle risorse e alle competenze acquisite.
L’analisi personale offre al futuro terapeuta uno spazio in cui:
- confrontarsi con i propri complessi e le proprie ferite;
- osservare le proprie difese di fronte al dolore, all’angosia, alla dipendenza dell’altro;
- iniziare a riconoscere il modo in cui tende a reagire nelle relazioni significative.
Non si tratta di “eliminare” i conflitti interni, ma di renderli un po’ più pensabili e meno agiti. In questo senso, l’analisi personale assume anche il significato di un atto etico nei confronti dei pazienti: riduce, per quanto possibile, il rischio che la loro sofferenza venga utilizzata al servizio dei bisogni inconsci del terapeuta.
2. Il lavoro sull’Ombra
Uno degli argomenti centrali a favore dell’analisi del terapeuta riguarda il rapporto con l’Ombra. Nel pensiero junghiano con questo termine si indicano sia quegli aspetti della personalità che il soggetto tende a rifiutare, minimizzare o proiettare all’esterno, sia quegli aspetti di potenzialità ancora da scoprire.
Per lo psicoterapeuta, un’Ombra non sufficientemente riconosciuta può manifestarsi nella relazione clinica sotto forma di:
- bisogno di essere ammirato o confermato;
- spinta onnipotente a “guarire” a tutti i costi;
- difficoltà a tollerare la frustrazione o il limite;
- tendenza a plasmare il paziente perché diventi più simile alla propria immagine ideale.
L’analisi personale consente di portare alla coscienza almeno una parte di queste dinamiche, di riconoscerle quando si affacciano nella relazione terapeutica e di trovare modalità più responsabili per gestirle. Il lavoro sull’Ombra del terapeuta, in questo senso, non riguarda solo la sua crescita individuale, ma la qualità del legame terapeutico e la tutela del paziente.
3. L’esperienza del ruolo di paziente
Un ulteriore motivo per cui l’analisi del terapeuta è considerata essenziale riguarda l’esperienza diretta del ruolo di paziente. Prima di occupare la “sedia dell’analista”, chi intraprende questa professione vive, spesso per anni, la posizione di chi si affida.
- la fatica di esporsi e di raccontarsi;
- la miscela di fiducia, speranza, paura e diffidenza che accompagna l’inizio di una terapia;
- il desiderio di compiacere, idealizzare o svalutare il terapeuta;
- il timore del giudizio, della delusione o dell’abbandono.
Questa esperienza consente di conoscere dall’interno:
- la fatica di esporsi e di raccontarsi;
- la miscela di fiducia, speranza, paura e diffidenza che accompagna l’inizio di una terapia;
- il desiderio di compiacere, idealizzare o svalutare il terapeuta;
- il timore del giudizio, della delusione o dell’abbandono.
Concetti come transfert, controtransfert, alleanza terapeutica che non restano così semplici categorie teoriche, ma si radicano in vissuti reali. Questo può favorire una maggiore cautela nell’uso della parola, un’attenzione più fine ai movimenti emotivi del paziente e una sensibilità maggiore rispetto ai tempi del processo analitico.
4. Asimmetria e responsabilità etica
La relazione terapeutica è, per sua natura, asimmetrica. Una persona chiede aiuto, paga per essere ascoltata e attribuisce al terapeuta uno statuto particolare; l’altra occupa una posizione professionale, viene riconosciuta come competente e riceve confessioni intime che difficilmente verrebbero rivolte a qualcun altro.
Questa asimmetria implica sempre, in misura variabile, una componente di potere: potere di interpretare, di tacere, di accogliere o di porre un limite. Per questo l’analista è chiamato a interrogarsi continuamente sul proprio modo di abitare questa posizione:
- come utilizza il potere che gli viene attribuito;
- quanto è consapevole dei propri bisogni di controllo, riconoscimento, conferma;
- in che misura riesce a proteggere lo spazio analitico da dinamiche collusive o manipolative, anche inconsapevoli.
L’analisi personale, accompagnata dalla supervisione, diventa allora anche strumento di vigilanza etica, un modo per mantenere il più possibile distinto ciò che appartiene al paziente da ciò che appartiene al mondo interno del terapeuta.
5. Un processo che accompagna l’intero percorso professionale
L’analisi del terapeuta viene spesso immaginata come una tappa limitata agli anni della formazione. In realtà, per molti professionisti si tratta di un processo che:
- inizia prima del training;
- prosegue durante la scuola di psicoterapia;
- può riattivarsi in momenti diversi della vita personale e professionale.
Ogni nuovo paziente, ogni fase di vita dell’analista, porta temi e risonanze che chiedono di essere pensati. In questo senso, l’analisi personale, la supervisione e gli spazi di confronto con i colleghi non sono semplicemente obblighi formativi, ma elementi che consentono al terapeuta di continuare a elaborare ciò che il lavoro clinico suscita in lui, nel bene e nel male.
6. Che cosa significa, in pratica, per chi chiede aiuto
Dire che è importante che gli psicoterapeuti vadano in analisi significa, in concreto, riconoscere alcuni punti:
- il terapeuta non è esterno all’esperienza che ascolta, ma coinvolto in essa come persona;
- Ha scelto di dedicare tempo ed energie a interrogare la propria storia, i propri limiti e le proprie modalità relazionali;
- cerca di non utilizzare il paziente come strumento per risolvere questioni che riguardano anzitutto se stesso;
- considera il lavoro su di sé non come un segno di fragilità, ma come parte integrante della propria professionalità.
Nessun percorso personale elimina del tutto il rischio di errori, ma aumenta la possibilità che il terapeuta possa riconoscerli, assumerli e, quando necessario, rivedere il proprio modo di lavorare.
Se stai pensando di iniziare una psicoterapia, è legittimo chiederti:
- Chi ho davanti?
- Che idea ha del proprio lavoro?
- Che rapporto ha con la propria storia personale?
Sono domande importanti, che puoi portare direttamente nel colloquio iniziale.
Parlare apertamente delle tue aspettative, delle tue paure e dei tuoi dubbi fa parte del lavoro terapeutico fin dall’inizio.
Se vuoi, possiamo esplorare insieme se questo è per te un buon momento per iniziare un percorso e che tipo di aiuto stai cercando.


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