Con genitorialità ci si riferisce all’insieme delle rappresentazioni, degli affetti e dei comportamenti di un individuo in rapporto al proprio bambino, che sia già nato, in gestazione o ancora non concepito. Il processo psichico del “diventare genitori”, alimentato dal desiderio di avere un figlio, rappresenta un’evoluzione complessa e stratificata che attraversa le fasi dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta. Tale processo non può essere scisso dal suo specifico legame generazionale, dal contesto socioculturale e dalla peculiare storia adattativa e biologica di ciascun genitore.
La genitorialità è una meta psichica e relazionale complessa, raggiungibile solo a seguito di numerose – e spesso faticose – rielaborazioni delle proprie vicissitudini individuali. Si tratta di un vero e proprio viaggio personale e/o di coppia attraverso la propria storia individuale e relazionale, in particolare con le figure genitoriali. Questo percorso inizia spesso ben prima della gestazione, nel momento in cui prende forma una progettualità generativa.
Gravidanza tra trasparenza psichica e regressione
Durante questa fase, i futuri genitori vivono una regressione psichica particolare, definita da Bydlowski (1997) come “trasparenza psichica”: una condizione che consente di riaprire il contatto con vissuti infantili e transgenerazionali più o meno elaborati. Tale regressione è fondamentale per sospendere temporaneamente le conflittualità e l’ambivalenza insite in ogni gravidanza. Ambivalenza che nasce dalla coesistenza del desiderio di tornare a un’esperienza fusionale di indifferenziazione e, allo stesso tempo, dalla spinta evolutiva verso la differenziazione, cardine della crescita soggettiva.
L’esperienza regressiva attivata dalla gravidanza può essere distinta in due movimenti psichici principali. Il primo è un movimento identificatorio attraverso il quale il genitore si confronta con il bambino che è stato e che avrebbe voluto essere. La madre può vivere questa fase attraverso bisogni e comportamenti regressivi – come voglie, capricci, necessità di contenimento – riconducibili al suo “Io neonato”. Parallelamente, anche l’uomo è coinvolto in un’esperienza regressiva condivisa con la compagna, spesso caratterizzata da vissuti di invidia nei confronti della funzione generativa femminile o da gelosia verso il nascituro, percepito come un possibile “rivale” affettivo.
Il secondo movimento identificatorio riguarda l’elaborazione del significato soggettivo del ruolo genitoriale. Per assumerlo, i futuri genitori devono ritrovare nella propria interiorità le immagini dei genitori reali e idealizzati, per potersi differenziare da esse e conferire originalità e unicità alla propria funzione. A livello intrapsichico, ciò comporta l’introiezione della funzione genitoriale, con un necessario processo di differenziazione dai propri genitori, come descritto da Darchis (2009). Questo passaggio simbolico implica lo spostamento della generazione precedente nella posizione di “nonni”, e la propria nella nuova posizione di “genitori”, ristrutturando così le coordinate intrafamiliari e intergenerazionali.
In questo periodo, i legami con i propri genitori vengono spesso rinegoziati, dando luogo a riavvicinamenti oppure a distacchi più o meno marcati. La qualità della rete di sostegno, secondo quanto teorizzato da Kaës (1993), gioca un ruolo determinante nel fornire sicurezza psichica e nel facilitare – o al contrario ostacolare – l’emergere e l’elaborazione del materiale infantile. Tale rete diviene così un contenitore psichico che sostiene la costituzione di un nuovo assetto familiare.
Solo attraverso la risoluzione di questi compiti evolutivi il genitore può nascere insieme al bambino, accedendo alla funzione genitoriale in modo sufficientemente sano. Non è raro, infatti, che i neo-genitori riferiscano di aver attraversato una trasformazione interna significativa, vissuta come un’esperienza di crescita personale e relazionale profonda, specialmente in concomitanza con la nascita del primo figlio.
Figlio di uno, figlio di molti: il contratto narcisistico
Alla luce di ciò, si comprende come ogni individuo, fin dalla nascita – e persino da prima – viva una doppia esistenza: come soggetto singolo e come anello di una catena transgenerazionale, di cui è strumento, spesso indipendentemente dalla propria volontà (Freud, 1914). All’interno della triade genitori-figlio-gruppo familiare si struttura ciò che Kaës definisce “contratto narcisistico”, il quale assegna a ciascun soggetto una posizione specifica offerta dal gruppo e trasmessa attraverso un discorso generazionale, precedentemente formulato e radicato nel mito fondatore del gruppo stesso.
Questo discorso tramanda ideali, valori, elementi culturali e una parola di certezza dell’insieme sociale. Ogni soggetto è chiamato ad assumerlo e, così facendo, si ritrova legato simbolicamente all’antenato fondatore. Tuttavia, secondo Kaës, ogni contratto narcisistico presenta anche un suo rovescio, rappresentato dal “patto denegativo”: un accordo inconscio che si struttura su rinunce condivise, rimozioni, rifiuti e non detti, che generano lacune nella simbolizzazione e influenzano ciò che può o non può essere trasmesso. Tali contenuti esclusi possono diventare nuclei latenti di sofferenza psichica, costituendo il terreno potenziale su cui si strutturano successive psicopatologie nel nascituro.
Gravidanza e psicopatologia
È quindi evidente come il percorso di elaborazione della genitorialità non sia esente da difficoltà. Eventi traumatici non risolti, ferite infantili non mentalizzate, possono ostacolare il contatto con il proprio passato, attivando difese di negazione o evitamento nei confronti della genitorialità. In questi casi, si possono configurare tre principali tipologie di viaggi patologici.
Nel primo caso, il viaggio psichico verso il passato risulta inaccessibile a causa di traumi irrisolti. La gravidanza viene vissuta come “bianca” (Darchis, 2000): priva di risonanza psichica, attraversata da una scarsa consapevolezza della gestazione e da un senso diffuso di impreparazione ad accogliere il bambino. L’arrivo del figlio avviene in un clima di indifferenza, vissuto a volte con terrore. Questi scenari sono frequenti in casi di maternità tardiva, negazione della gravidanza o assenza del padre. In particolare, l’assenza di fantasia può rivelare un rapporto disturbato con il materno e con i vissuti infantili, talmente dolorosi da essere evitati a livello inconscio. In tali casi, la regressione fisiologica della gravidanza è bloccata: riattivare quei contenuti significherebbe esporsi a un mondo interno arcaico e percepito come devastante. L’impossibilità di regredire e di accedere alle fantasie necessarie all’elaborazione del legame madre-bambino compromette la formazione di uno spazio psichico interno adeguato, generando una condizione di assenza di pensiero e di preoccupazione primaria, foriera di sviluppi psicopatologici.
Nel secondo caso, sono le modalità narcisistiche infantili dei genitori a impedire l’accesso al passato. In queste situazioni, il bambino è vissuto come un’estensione del Sé infantile dei genitori, che temono profondamente le esperienze di separazione. I genitori parlano con entusiasmo del figlio ancor prima della nascita, ma tale entusiasmo cela il rischio di una futura relazione fusionale, dove il bambino reale non verrà riconosciuto come soggetto separato, dotato di bisogni propri. In questi contesti, il bambino sarà costretto a sviluppare un Falso Sé compiacente per garantire il legame con la madre, o nei casi più gravi, a strutturare una personalità “Come se”, caratterizzata da inconsistenza interna e conformismo relazionale.
Nel terzo caso, il viaggio verso il passato si trasforma in una regressione incontrollata, con un indebolimento dell’Io e un’invasione di sentimenti svalutanti. I genitori si percepiscono inadeguati al compito genitoriale e, in particolare, la donna può manifestare sintomi importanti – incubi, insonnia, disturbi psicosomatici – che la portano spesso a richiedere aiuto. L’universo psichico della genitorialità è in questi casi pervaso da angosce di morte che si declinano in due modalità principali:
- Nella prima, la madre teme di essere distrutta dal figlio o dal parto. Il bambino è vissuto come estraneo, persecutorio e onnipotente. Se questa fantasia si cristallizza, può persistere anche dopo il parto, condizionando il legame madre-figlio nei momenti di crisi.
- Nella seconda, la madre teme di danneggiare il figlio, fino al punto di provocarne la morte. Questa fantasia radicata nella psiche arcaica la identifica con la Grande Madre Terra, portatrice sia di vita che di morte. Emergono così vissuti di colpa e insicurezza, aggravati dalle pressioni sociali legate all’ideale della madre perfetta.
In entrambi i casi, queste fantasie rischiano di non dissolversi con la nascita, influenzando profondamente e a lungo termine la relazione con il figlio. Anche per il padre, paure simili possono emergere, spesso legate all’idea che la propria mascolinità – penetrante e invasiva – possa danneggiare il bambino, attivando vissuti di colpa e inibizioni affettive.
In tutte queste forme di viaggi perturbanti, la genitorialità si struttura in modo confuso e disorganizzato. I bisogni del bambino non vengono riconosciuti adeguatamente, e questo disallineamento può rappresentare il nucleo originario di successive sofferenze psichiche nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta.
L’importanza della prevenzione
Come abbiamo visto, l’assunzione della funzione genitoriale costituisce un processo psichico complesso, che coinvolge riorganizzazioni profonde dell’apparato intrapsichico, attivazioni transgenerazionali e ridefinizioni relazionali. A seconda della qualità del contenitore interno e delle reti di sostegno disponibili, questi processi possono assumere connotazioni evolutive oppure disfunzionali.
Per questo motivo, la presenza di operatori sanitari e sociosanitari formati, competenti e capaci di accogliere sia le risorse che le sofferenze delle donne, delle coppie e delle famiglie che si trovano ad affrontare il percorso della genitorialità, rappresenta un fattore di protezione cruciale. L’ascolto e la comprensione delle dinamiche psichiche perinatali permettono di intercettare precocemente eventuali segnali di difficoltà, contribuendo a preservare e facilitare la costruzione di un legame primario sufficientemente buono.
L’intervento clinico centrato sulle funzioni di contenimento, rispecchiamento e sostegno alla genitorialità rappresenta, infine, una strategia di prevenzione primaria fondamentale per la salute psichica dell’individuo, della diade e dell’intero gruppo familiare.
Bibliografia
Bydlowski M. (2004), Sognare un figlio. L’esperienza interiore della maternità. Pendragon.
Darchis E. (2000), L’instaurazione della genitorialità e le sue vicissitudini, In: M.C. Zurlo (2009) (a cura di), Percorsi della filiazione (pp.21-36), Franco Angeli Libri s.r.l., Milano.
Freud S. (1914), Introduzione al narcisismo, In: Freud S., La teoria psicoanalitica: Raccolta di scritti 1911-1938, Bollati Boringhieri, Torino 2014.
Kaës R. Alliances inconscientes et pacte dénégatif dans les institutions, in “Revuè de psychothérapie psychanalytique de groupe”, n°.13, 1989.
Kaës R. (1993), Il gruppo e il soggetto del gruppo. Elementi per una teoria psicoanalitica del gruppo, Borla, Roma 1994.
Montecchi, F. (2021). Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza. FrancoAngeli.


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