Il viaggio di Pinocchio: alla ricerca del Sé

Pinocchio si guarda allo specchio e scopre se stesso

Cos’ha ancora da dirci “Le avventure di Pinocchio?” E perché può essere metafora del processo di individuazione? Non pretendo di avere una risposta a questa domanda, ma la storia di Pinocchio, così come narrata da Collodi, mi sembra anche un po’ quella di tutti: nasciamo e cerchiamo di trovare una nostra strada, anche quando c’è già di fronte a noi un sentiero battuto, nasciamo e rinasciamo infinite volte, tante quante sono le scelte che prendiamo (o non prendiamo), alla ricerca di quella che sarà la nostra forma definitiva, che però definitiva non è mai.

Pinocchio “nasce” burattino e “(ri)nasce” ragazzino, mi piace dire nasce e rinasce perché mi ricorda questa piccolo passo dal libro di Paolo Milone:

“Noi veniamo al mondo
non quando usciamo dal corpo della madre,
ma quando la madre ci abbraccia e ci riconosce
e, senza parole, ci contiene ancora in sé:
in questa matrice noi ci costruiamo.”
[1]

Pinocchio nasce una prima volta quando Geppetto gli dà un nome e lo inizia a plasmare e poi rinasce, rinasce quando la Fata, la sua Anima, lo fa sentire amato, lo perdona, lo accoglie e rinasce un’ultima (forse) volta, quando anche lui, dopo tante peripezie, è pronto a riconoscersi, è pronto a diventare non solo corpo (legno-burattino), ma anche spirito (carne umana, viva vitale).

Jung insegna che l’individuazione è un processo di differenziazione che ha come meta lo sviluppo della personalità individuale e che permette all’individuo di realizzare la propria unicità e autenticità, distinguendosi dall’influenza dell’inconscio collettivo

Se ci affidiamo alle parole di Jung, “Le avventure di Pinocchio”, sembra proprio una metafora perfetta del percorso che porta all’integrazione e alla realizzazione del proprio Sé. Pinocchio fin da subito prova a differenziarsi, si rifiuta di seguire i dettami paterni su come vivere la sua vita e impara a sue spese quanto è faticoso e doloroso (per Sé e anche per gli altri), diventare Se stessi seguendo Se stessi. 


C’era una volta un pezzo di legno”, questo l’incipit de “Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino”, una delle fiabe più famose al mondo, pubblicata per la prima volta nel 1881. “C’era una volta un pezzo di legno”, perché prima di diventare il più celebre burattino della storia, Pinocchio è stato un pezzo di legno (nemmeno così pregiato) animato, capitato per caso tra le mani del falegname mastro Ciliegia. In questo pezzo di legno di poco conto, fin da subito sono presenti, in potenza, quella vitalità, quell’irriverenza e quella tenerezza che caratterizzeranno il burattino Pinocchio prima e il bambino poi.

Se infatti il destino delle cose è già scritto nel loro principio, appare subito chiaro come la spinta ad individuarsi, di un Pinocchio in versione ancora embrionale, sia forte. Il pezzo di legno, pur essendo ancora grezzo e informe, non vuole diventare legna da ardere, e infatti grida e si lamenta tra le mani del vecchio Ciliegia, che, spaventato da tanta volontà di potenza, se ne libera regalandolo ad un altro falegname, Geppetto, desideroso invece di costruirsi un burattino.

Il legno, come materiale grezzo e informe, che potrebbe rappresentare il Sè, è pura volontà, non è strutturato, è inconscio ed è solo preda della voglia di diventare qualcosa, di realizzare la propria vocazione.

Ed è proprio a Geppetto (e alla sua coscienza) che spetta il compito di strutturare il nuovo indifferenziato che emerge. Il primo (e probabilmente più importante) atto creativo che il vecchio Geppetto compie nei confronti di questo pezzo di legno irriverente, è dargli un nome.

“Che nome gli metterò? – Lo voglio chiamar Pinocchio” […] quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare.”[2]

È proprio dare nome, forse il primo vero atto di riconoscimento dell’alterità, della singolarità, dell’individualità di Pinocchio. È Geppetto a plasmarlo, a farlo a sua immagine, ma è Pinocchio che da ora in poi comincia ad esserci e ad esistere. Infatti, neppure il tempo di fare il suo ingresso nel mondo che il burattino si mostra ribelle e incline a disobbedire. l’Io eroico combatte per liberarsi dal potere plasmante di Geppetto e manifestando il proprio desiderio di fuga e di conoscenza, intraprende il suo viaggio dell’eroe. 

Se da un lato, infatti, c’è Geppetto che vorrebbe mandarlo a scuola, dall’altra Pinocchio ha ben chiaro cosa vuole fare, come spiega al Grillo-Parlante che cerca di esortarlo a seguire i consigli paterni:

“[…] so che domani all’alba voglio andarmene di qui, perché se rimango qui avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.”[3]

È proprio da questa forte chiamata a differenziarsi, a non condannare la propria vita ad essere uguale alle altre, a essere una vita tra le tante vite, che il viaggio di Pinocchio alla (ri)-scoperta e (ri)-appropriazione del proprio Sé prende avvio. 

In questo viaggio esteriore e interiore, molteplici saranno i personaggi e le peripezie che il burattino-Pinocchio dovrà fronteggiare prima di diventare il ragazzino-Pinocchio, molte saranno le tentazioni, molti gli errori, i passi falsi, i momenti di gioia e di dolore. E poiché nel corso di questo processo, la coscienza dell’individuo si espande, comprendendo e integrando gli aspetti inconsci della personalità, fondamentale è il confronto con l’Ombra, l’accettazione dell’Anima, e infine l’integrazione del Sé, il centro della psiche.


[1]P. Milone (2021, p.160)

[2] C. Collodi (2022, p.7)

[3] C. Collodi (2022, pp.10-11)